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Copertina libro ki ti paga?

Il titolo “Ki ti paga?” è frutto di un lungo processo di selezione fra diverse opzioni paritetiche. Si deve infatti partire dal presupposto che l’obiettivo del
libro è quello di raccogliere e smontare alcune “bufale” che imperversano sull’agricoltura, restituendo la giusta dignità alla verità dei fatti. Come sintetizzare però questi concetti in un titolo di poche parole? All’inizio le ipotesi si basarono sui concetti di bufala e leggenda. Ma per quanto la fantasia si sforzasse, l’effetto in copertina di una bufala che veleggia sul Mondo agricolo non era molto soddisfacente. Si pensò quindi a “Balle di paglia”, unendo il concetto di un prodotto agricolo, le balle di paglia appunto, con quello di bugie effimere, ovvero quelle che svaniscono alla prima fiammata di buon senso. Ma in effetti a qualcuno potrebbe non piacere il termine “balle”, per giunta messo in copertina. Quindi è stato cassato anch’esso. La sensibilità del lettore, almeno talvolta, va rispettata. All’improvviso, intervenendo su web in una diatriba sugli Ogm, venni fulminato da “quella frase”. Non era certo la prima volta che la leggevo, anzi. Ogni volta che provo a raddrizzare una discussione fra Razionalisti e Complottisti di varia natura quella frase prima o poi salta fuori.

È solo questione di tempo, perché quando non si riesce a smontare la tesi avversa l’unica cosa che resta da fare è gettare discredito sull’interlocutore, magari alludendo a una sua “evidente” corruttibilità.

Ed ecco che, come per incanto, quel “Ki ti paga?” balzò all’attenzione come quintessenza del contendere stesso. “Ki ti paga?”, rigorosamente con la “k”, lo scrive di solito il Grillino cui si ricorda la bufala del pomodoro ibridato col pesce artico, oppure dei diesel che possono andare a olio di semi senza rompersi. In altri casi, la verga chi crede nelle teorie dei microchip sottopelle, delle scie chimiche o dei vaccini che indurrebbero autismo. Nella Hit Parade del web questa frase compare molto spesso anche sul teorema del complotto dietro la tragedia delle Torri gemelle, oppure della missione sulla Luna che per taluni non sarebbe mai avvenuta.

Ancora, le accuse di asservimento a “losche multinazionali” fioccano come neve sull’Himalaya quando si discutano leggende metropolitane legate al consumo di carni o alla sperimentazione animale. In tal caso l’animalista di turno, talvolta vegano o fruttariano, non esita nemmeno a lanciare pesanti auguri di morire di cancro all’indirizzo del proprio interlocutore, di sua madre e di tutta la famiglia. Non era certo il caso, però, di intitolare il libro “C’at vegn’ un cancher!”, chicca cinematografica di Doncamilliana memoria. Dato che sono molto attivo nelle discussioni su web, ogni volta che c’è qualche stupidaggine che gira devo dire la mia. La si consideri pure una sorta di missione: c’è chi vuole convertire le persone alla propria religione, c’è invece chi, come il sottoscritto, spera di far capire all’ingenuo di turno che l’alto tenore di ferro nei carciofi non implica una sua proporzionale assorbibilità a livello intestinale, perché se così fosse potremmo curare l’anemia facendoci regalare da un fabbro qualche grammo di limatura di ferro. Per non parlare di quelli che sostengono che le pale eoliche rallentano il moto globale dei venti. Pazientemente, attendo solo che arrivi qualcuno con la teoria che le turbine eoliche possono provocare il rallentamento della rotazione terrestre.

“Ki ti paga?” mi è stato quindi chiesto un numero apprezzabile di volte. In tema di bufale agricole, arrivando al nocciolo del libro, mi è accaduto tentando di spiegare che trovare una sostanza chimica in un cibo o in un fiume non equivale a essere in pericolo di morte. Oppure quando ho ricordato che gli Ogm non sono soltanto il “Mon810” di Monsanto e che il pomodoro e la fragola ibridati col pesce artico non esistono. L’ipotesi che io sia pagato da qualche lobby industriale della carne emerge invece quando sostengo che mangiare una bistecca non condanna automaticamente a morte un bambino del Terzo Mondo, né farà venire un cancro al colon. Dato l’ottuso livore che lo partorisce, lo sprezzante “Ki ti paga?” mi provoca di solito solo un’affettuosa ilarità e questo perché, in realtà, è solo una prova dell’altrui incapacità di uscire dalla propria bolla ideologica. Una bolla fabbricata a propria immagine e somiglianza e imbottita di comode verità preconcette. E l’esperienza suggerisce come a nessuno piaccia uscire dai confortevoli rifugi in cui si è rintanato.

In tali universi paralleli, dove le cose pare stiano in modo diverso rispetto al resto del Sistema solare, vive una larga fetta di persone e per i più disparati motivi.
Fra le bolle più impenetrabili pare esservi proprio quella legata ai preconcetti sull’agricoltura. Il maggior numero di “Ki ti paga?” l’ho rimediato infatti discutendo di questi temi e trovo quindi sensato utilizzare proprio questa frase come titolo del libro. Se poi alla fine della lettura sarete anche voi dell’idea che no, non è possibile che le cose stiano come sono state spiegate e che quindi devo per forza essere pagato da qualcuno, liberissimi di farlo. Ma almeno chiedo per cortesia di fare due cose: la prima è avvisare “Ki mi paga” che per questo lavoro di supporto ancora non mi è arrivato un ghello sul conto in banca. La seconda è di rispettare la lingua italiana: “chi”, per favore, scrivetelo con la “ch”, perché le “k” sanno tanto di teen-ager brufolosi convinti di aver tutto da insegnare e nulla più da apprendere.

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